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“Anche i cristiani si rivolgono a statue, immagini, icone…non è forse, anche questa, idolatria?”.
Tra l’altro questa è una obiezione che anche gli ebrei e i musulmani fanno ai cristiani.
Allora vediamo come stanno le cose.
Dobbiamo fare qui una prima premessa.
La questione del ‘culto delle immagini’ è inanzitutto un punto dove si confrontano, già all’interno del cristianesimo, la religiosità “popolare” e quella “ufficiale” (1).
La religiosità popolare riferendosi alle immagini esprime il suo bisogno di vedere, toccare, di sperimentare ‘direttamente’ il sacro.
È più emotiva, istintiva che preoccupata di essere teologicamente e dottrinalmente fondata.
La religiosità ufficiale è quella che approfondisce razionalmente il dato rivelato dalla Parola di Dio, per attuare una comprensione e una risposta motivata a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo.
La religiosità ufficiale ha da sempre cercato di orientare le forme espressive di quella popolare affinché non sconfinassero nella superstizione e nell’idolatria: pericolo questo reale.
Da parte sua quella popolare ha cercato di aderire in modo esistenziale, cioè con la vita, a Dio, non fermandosi alla sola comprensione del dato della fede (pericolo in cui può incorrere quella teologica).
Ora passiamo a una seconda premessa.
Va notato che nelle religioni del libro –ebraismo, cristianesimo e islam- l’atteggiamento verso l’uso delle immagini, che siano icone, statue, santini, etc. ha sempre presentato problemi.
Queste religioni, compreso il cristianesimo, hanno favorito più la parola che le immagini.
Perché?
Perché, di fatto, -e per me questa è una grande ispirazione divina- la parola media la realtà senza confondersi con essa: è un ottimo ‘veicolo’ per non confondere Dio con il suo effetto, con il risultato.
Es: Dio crea il mondo con la sua Parola Dio disse (Parola)…e il mondo fu (2).
Dio rimane davanti al mondo come origine creativa; non viene confuso con il risultato che sarebbe appunto il mondo.
L’ immagine, invece, corre il rischio di confondersi con la realtà, fino al punto di sostituirla.
Nel contesto mass-mediale di oggi si parla di mondo virtuale: le relazioni a questo livello sono solo in parte reali, perché non tengono conto, in modo pieno, della realtà che è più lenta, pesante…
Es: io con la mia testa posso diventare un grande pilota, forse il migliore, ma in realtà lo si vede solo sulla pista, dove vedo tutti i miei limiti che, solo con la testa, non vedevo.
Se quello virtuale diventa il mio modo di vedere la realtà, succede che a un certo punto non sappiamo più affrontare la realtà stessa, fuggiamo facilmente nei sogni irrealizzabili, cerchiamo solo ciò che è immediatamente facile da realizzare.
Ritornando alla religiosità, può capitare che all’interno della prospettiva di fede si corra il rischio di sostituire la realtà con le sue immagini: si possono notare allora persone che ‘toccano’ le statue perché pensano di ricevere forza, oppure che tenendo l’immaginetta del santo nel portafoglio risolvano automaticamente i problemi; oppure persone che cercano più gli eventi eclatanti che il Signore.
Questi sono esempi al limite del magico, che esprimono il bisogno di vedere e toccare, ma che rischiano di confondere l’immagine con la realtà.
Allora: perché usare le immagini? Non sarebbe meglio farne a meno?
Il cristianesimo, a differenza dell’ebraismo e dell’islam, ha sempre tenuto aperto il discorso delle immagini per un motivo teologico e, a mio parere, anche per un motivo psicologico.
Motivo teologico: perché Dio si è fatto carne, cioè ha acquisito una fisionomia umana.
Il Dio reale, ma invisibile, si è dato una immagine visibile con l’incarnazione del Verbo: quindi è rappresentabile.
Per rappresentabile si può intendere un ritratto, ma soprattutto dei situazioni di vita di Gesù Cristo, che sono manifestazioni storiche di Dio: vedi i quadri, statue, presepio, via crucis, etc. etc.
Oppure si cerca di rendere visibili delle esperienze spirituali di Lui: vedi le icone Le immagini così prodotte ci possono aiutare nel cammino spirituale, in modo da farci aderire a Cristo, immagine visibile e perfetta del Dio invisibile (3).
Motivo psicologico: quando noi conosciamo, produciamo dentro di noi un’immagine più o meno adeguata secondo la conoscenza che abbiamo.
Se p.e. penso a un mio amico ho di lui una certa immagine fatta di eventi, parole, atteggiamenti, sia positivi che negativi.
Così è anche nei confronti di Dio: di fatto la nostra conoscenza di Lui è un’immagine di Lui costituita da vari particolari (4).
È importante chiedersi: quanto è adeguata alla vera realtà di Dio, questa immagine che si è prodotta in me?
È dunque pedagogico avere immagini più adeguate possibile, o meglio, meno lontane dalla realtà, per relazionarmi con Dio.
Devo sempre tener presente, quindi, che l’immagine mi rimanda a Lui: orientandomi verso l’immagine, che mi aiuta nella relazione, mi rivolgo non all’immagine, ma a Dio che è rappresentato, per pregarlo, lodarlo, ringraziarlo, invocarlo.
L’immagine mi facilita la relazione con Dio, ma l’immagine non è Dio; è solo una sua rappresentazione.
Non sono, dunque, idolatra: lo sarei se scambiassi l’immagine con il Dio vivente.
L’immagine viene, dunque, incontro al nostro bisogno di vedere, di orientare, attraverso un punto focale, la nostra relazione con Dio: il fine però è il Dio invisibile, che invocato da noi anche attraverso le immagini, vuole intrattenersi familiarmente con noi.
Pace e bene!
(1) Questo confronto, anche se in altri termini, risale fin dal III sec con Tertulliano in Occidente e Origene in Oriente, due teologi dei primi tempi del cristianesimo.
(2) Cf Gn 1,3. 6.9. 11. 14. 20. 24. 26-31
(3) Cf Col 1,15. Vedi p.e. il film The Passion, così contestato, ma che ha dato risalto visivo -pur con i suoi limiti- all’esperienza storica della passione di Gesù.
(4) la maturità della fede è certo libera da immagini, tuttavia ci si arriva attraverso immagini sempre meno distanti dalla realtà
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