Disobbedienti alla Chiesa |
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venerdì 01 agosto 2008 |
Preti in borghese
Da tanto tempo siamo abituati, non contenti, di vedere i nostri sacerdoti in maglietta e jeans. Se uno incrocia per strada un sacerdote non lo può riconoscere se non lo conosce di persona. Perchè è subentrata questa moda dato che la Chiesa non ha mai detto di vestirsi così?
Tra poco si vedranno per le strade delle grandi città girare i militari. Non volendo entrare nel merito, sono certo di incontrare il pensiero di tutti quelli che amano l'ordine ed il rispetto della legge dicendo che i militari in divisa porteranno un senso di sicurezza nell'animo di chi li vede. E' quasi un riflesso condizionato. Lo stesso sarebbe girare per le strade e vedere un sacerdote vestito da prete: ti porta subito ad un atteggiamento di rispetto ed alla gioia di salutarlo (parlo per i cristiani), anche se non lo conosci. Succede lo stesso per le suore. Quando sei in giro e ti imbatti in una suora, ti viene d'istinto di salutarla, almeno che non sia lei a camminare a testa bassa e non voglia incrociare lo sguardo. Il saluto porta subito il pensiero a Dio, del quale preti e religiosi sono i primi servitori, innescando un pensiero buono quando non addirittura una giaculatoria. Tutto di guadagnato, insomma.
Sono quindi a proporvi la lettura di questo articolo di Matteo Orlando apparso sul quotidiano on-line del Papa. Buona lettura e... meditazione.
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Disobbedienti alla Chiesa i chierici che non indossano l'abito ecclesiastico
CITTA’
DEL VATICANO - Il Codice di Diritto Canonico prescrive:
“I religiosi
portino l’abito dell’Istituto (religioso cui appartengono)… quale segno
della loro consacrazione…” (can. 669);
“I chierici (cioè diaconi, preti
e vescovi) portino un abito ecclesiastico decoroso…” (can. 284).
La
Conferenza Episcopale Italiana (CEI), a sua volta, specificando quanto
prescrive il Diritto canonico, stabilisce:
“Salve le prescrizioni per
le celebrazioni liturgiche, il clero (diocesano) in pubblico deve
indossare l’abito talare o il clergyman”. (Notiziario CEI 9,1983, 209).
Su questa linea del Diritto Canonico e della CEI si sono espressi tutti
Papi dal Concilio ai nostri giorni. Eppure la
disaffezione di tanti preti e religiosi al loro precipuo abito è sotto
gli occhi di tutti, per cui sembra che frati e preti siano scomparsi
dalla circolazione, mimetizzati come sono in abiti borghesi. Ma il loro
è un ministero, un servizio, un impegno pubblico: non possono né devono
perciò nascondere la loro identità.
La loro disobbedienza alla Chiesa
diminuisce la stima del popolo di Dio verso il clero diocesano e gli
stessi religiosi, e quindi la loro incidenza pastorale. Dimenticano,
questi nostri fratelli maggiori, che l’abbigliamento non è un puro
accessorio: è un biglietto di presentazione.
Infatti, l’abito ha un valore psicologico: ricorda a chi lo indossa e a chi
lo vede impegni, appartenenza, decoro, spirito di corpo, dignità.
Obbliga a riflettere sia chi lo indossa sia colui che lo vede.
Ha un
valore sociologico: è l’affermazione pubblica della propria condizione,
e quindi l’esplicita dichiarazione del proprio appartenere a Cristo e
alla Chiesa cattolica.
Un valore teologico: esprime la partecipazione
della corporeità alla dedicazione a Dio di tutta la persona. E'
manifestazione di quell’elezione divina per cui un uomo viene scelto e
separato dagli altri uomini per essere costituito al loro servizio
nelle cose che riguardano Dio.
Nonostante che certi sacerdoti,
religiosi e suore, nelle loro rette intenzioni, credano di essere più
popolari e vicini a noi laici vestendo o abbigliandosi come noi,
sappiano che si sbagliano di grosso. Noi li vogliamo diversi da noi
nella santità, ma anche nell’abito che ci ispira fiducia e ce li mostra
visibilmente obbedienti alla Chiesa.
Purtroppo non basta fare leggi e
dare disposizioni: sono indispensabili la vigilanza e i richiami dei
superiori, sia Vescovi che Superiori religiosi. Vigilanza e richiami
sono quasi del tutto mancati.
Il calo delle
vocazioni, sia sacerdotali che religiose, è dovuto, in parte, alla
mancanza del fascino della divisa: tale fascino non è la vocazione, ma
può essere uno degli elementi ordinari che ne preparino il seme divino.
La vocazione non è una folgorazione, bensì qualcosa che si riceve in un
contesto educativo e di preghiera (es. i genitori che chiedono al
Signore la vocazione per il figlio o la figlia); in questo contesto
educativo si inserisce il saio del frate o della suora, la talare o il
clergyman del prete.
Sapessero, certi sacerdoti,
quante volte ha cantato vittoria Satana, durante recenti esorcismi, per
essere riuscito a “spogliare” il clero!
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Mario Girardello
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