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Come mai si è celebrata la Messa in latino (una lingua “morta” da quasi 1500 anni) fino a 40 anni fa?
È vero che il Concilio Vaticano II° ha cambiato la Messa?
Cercheremo delle risposte, semplici e chiare, a questi interrogativi.
Ma intanto ci facciamo alcune domande, serie:
- è proprio necessario questo rito?
- non basta la fede in Cristo per essere salvi?
- se il Vangelo dice che saremo giudicati sull’amore concreto e fattivo, NON sui riti e le preghiere, perché insistere tanto su questo rito, quando basta la carità, l’attenzione agli ultimi, per essere accolti da Cristo nel Regno di Dio?
Nella Costituzione Conciliare sulla Liturgia leggiamo (SC 7,12):
“Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo Sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” .
I testi del Magistero parlano di celebrazione, di azione sacra, di azioni liturgiche, di opera, di segni sensibili, e di riti…
Sono vocaboli che richiamano non tanto un DIRE, quanto un AGIRE.
La parola stessa “LITURGIA” - che deriva da due parole greche LAOS (popolo) e ERGON (azione) – significa AZIONE COMUNE, oppure AZIONE PER LA COMUNITA’, per il POPOLO.
Noi siamo abituati a considerare il cristianesimo e il Vangelo in termini molto astratti, scolastici, filosofici.
Tutti lo pensiamo così, anche le persone più normali.
Parliamo infatti di “catechismo”, “scuola di catechismo”, “insegnamento della religione”, “dottrina cristiana”… e organizziamo conferenze, cicli di catechesi, lezioni di teologia, corsi biblici e discussioni infinite, pensando che solo così impariamo i contenuti della nostra fede.
È vero che c’è anche questo aspetto, però lo abbiamo esasperato in questi ultimi 300 anni, da quando un filosofo ha detto “cogito ergo sum” – penso dunque esisto - ed è incominciato l’imperialismo della ragione, della logica, della mentalità matematica.
Così abbiamo dato il primato assoluto all’imparare con idee chiare e distinte, come se tutta l’esperienza e la conoscenza umana si riducesse a questo ambito.
Tutti siamo stati bambini e comunque possiamo vederli, osservarli.
Un bambino impara a parlare sentendo la mamma che gli parla e ripetendo quello che lei gli dice.
Vede le cose e le persone che lo circondano, comincia a chiamarle per nome come fanno gli altri, li imita.
Ripete movimenti e parole, adopera pupazzi e oggetti insignificanti – per noi - ai quali dà nomi di cose e di persone reali = crea dei simboli.
E così, un po’ alla volta, si impadronisce della realtà, incomincia a muoversi in mezzo al mondo che lo circonda, diventa capace di relazione con gli altri e con le cose.
La chiesa ha scelto questa strada per introdurci nel mondo di Dio, per portarci almeno “alla soglia” del Mistero dell’Amore di Dio: la strada che un bambino percorre per diventare cittadino di questo mondo: ha scelto la lingua dei SIMBOLI.
Ha creato un linguaggio fatto di simboli – un linguaggio che si possa imparare e ripetere, per esprimere il suo stupore di fronte al Mistero dell’Amore di Dio e per comunicare con Lui: I RITI.
(segue)
don Silvio Zonin
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