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Quelle mamme... (racconto)

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Poesie e racconti - FRANCESCO DI LAURO
lunedì 07 maggio 2007
dilauro

Titolo:         Quelle mamme...

 

Autore:        Francesco Di Lauro

  

   
   
 
  QUELLE MAMME...
 
 
Alzavo molta polvere d’estate, con quel gran caldo e scarsità di piogge.
In inverno, invece, mi trasformavo in un pantano con piogge e neve e poi, quando la temperatura scendeva molto sotto lo zero, ghiacciavo e diventavo come il marmo.
Ma le mie condizioni non spaventavano quelle mamme che ogni mattina, alla stessa ora, mi attraversavano per raggiungere la vicina stalla dove, con il loro contenitore d’alluminio, attendevano il latte appena munto, caldo e fumante.
Poi di corsa a casa, a preparare la colazione per il marito e i figli. Si sentiva nell’aria l’odore del latte bollito, del pane fatto in casa e di quello riscaldato accanto al fuoco e sulle piastre delle cucine a legna.
In inverno, i comignoli delle stufe e dei camini, appena accesi, spargevano tutto intorno l’aroma dei legni profumati.
D’estate, con le scuole chiuse, molti ragazzi aiutavano nei campi e a governare gli animali nelle stalle. Avevo tempo per riposare e ascoltare il canto degli uccelli, l’abbaiare dei cani, il frinire delle cicale sugli alberi.
Mi divertivo quando, su di me, a piedi scalzi, una dozzina di bambini gareggiavano rincorrendo un povero gatto bianco e nero.
Ed era rilassante, nella calura dei pomeriggi assolati, seguire il lento avanzare di qualche bicicletta che continuamente, con la ruota posteriore, alzava sassolini lanciandoli lontano.
 
Ma, vi chiedo scusa, non mi sono presentata: chi vi parla è una strada del vostro paese: “Via Baldoni”.
Era bello essere percorsa dai calessi trainati dagli splendidi cavallini di qualche signorotto, o da carri stracolmi di fieno tirati da vecchi buoi; mi piaceva ascoltare le urla dei ragazzini che, sdraiati sul fieno, sobbalzavano ad ogni buca, facendo sussultare il cuore delle mamme che li seguivano a piedi.
Su di me si affacciavano le case di brava gente che lavorava nei campi e nelle stalle. Partivano tutti molto presto, la mattina, e tornavano al tramonto.
Dopo cena, tutti sull’aia; gli uomini a fumare e a parlare di frumento, pallone ed erba medica, le donne a rammendare calzini e pantaloni con una schiera di marmocchi intorno, dai più alti ai più piccini, che giocavano e si rincorrevano felici.
Poi, dopo che tutti i piccoli erano andati a dormire, scendeva un gran silenzio e si sentiva chiaramente l’ansimare del solito vecchiotto sulla sua bici cigolante che, appannato da qualche bicchiere di troppo bevuto all’osteria, scivolava nel fosso; per fortuna c’era sempre qualcuno pronto ad aiutarlo e a riportarlo a casa.
Quiindi, nella quiete, vedevo le mamme, sempre loro, fare l’ultimo giro per controllare che tutto fosse a posto; solo allora chiudevano l’uscio e poco dopo anche l’ultima stanza diventava buia.
Quelle mamme, la cui casa si affacciava su di me, le ricordo tutte dalla prima all’ultima.
Le rivedo curve sul scano a... resentar nizzoi, braghe, maje e calzeti: “Ciao Pina, ciao Vittorina, ciao Armida. No o’ mai dormìo stanote par el caldo; Maria, ma la Beta n’do ela, ecola che la riva insieme a la Cristina e a la Guerina; la Marieta e la Bionda, con la Ida i è n’dè al ponte a rancurar i calzeti persi ”.
“Vittorina, e la Mabile, vien-la mia ancò?”   “No, ancò la gà da far in casa. La ma dito che la vegnarà doman con la Caterina, la Melia e la Olga”.
Era piacevole nella bella stagione, rimanere tutte insieme lungo il fosso a far do ciàcole. Ma d’inverno, quando tutto era bianco e i rami degli alberi quasi toccavano terra, tanto erano appesantiti dal spessor de calinverna alto un diel, bisognava moarse e nò ghera mia massa oia de parlar.
Dovevano rompere il ghiaccio nel fosso per resentar e di tanto in tanto si scaldavano le mani nel pentolino di acqua calda che avevano portato con loro.
E le buganze? che dolor! Molto tempo è trascorso e oggi molte di quelle dolci mamme riposano felici nei vasti prati fioriti del Paradiso.
Il loro posto è stato preso dalle figlie, anche loro diventate mamme e alcune già nonne. Notevoli sono stati i cambiamenti in questi anni, io sono stata asfaltata, con quel catrame rovente d’estate, gelato e scivoloso d’inverno.
Non sono più percorsa da carri trainati da mansueti animali, ma da mostri con potenti motori, che ora sbrigano il lavoro di molti uomini. E non sono più attraversata da rane e ranocchi che saltellavano indisturbati da un fosso all’altro.
I fossi sono stati chiusi e se qualche piccola rana si azzarda ad attraversarmi, viene fatalmente schiacciata dalle molte automobili che sfrecciano veloci su di me in ogni ora del giorno e della notte.
Mi manca l’odore del pane riscaldato e del latte lasciato un attimo di troppo sul fornello, che riempiva la campagna dell’odore della panna bruciacchiata.
E dove sono finiti tutti quei bambini che rincorrevano gatti e urlavano felici; mi mancano i loro piedini scalzi su di me, i loro ruzzoloni e le loro ginocchia sbucciate.
Ora, nelle sere d’estate, il silenzio sembra non scendere mai, disturbato da auto e moto e da radio e tivù che continuamente rigettano suoni e voci, costringendo anche i grilli a rinunciare ai loro canti amorosi.
Ho sentito che tutto questo viene chiamato “progresso”.
Io non so chi ha inventato il progresso ma, personalmente, rinuncerei al catrame puzzolente, alle moto rombanti, ai rumori assordanti e sicuramente sarei meno triste se potessi ascoltare il canto degli uccellini, le urla gioiose dei piccini; se potessi ancora sentire l’odore del latte bruciacchiato e vedere le mamme, la sera, chiudere l’uscio di casa.
Il progresso mi ha cambiata, ha modificato molto di ciò che mi circondava.
E’ rimasto il mio nome, “Baldoni”, e una certezza: il progresso non potrà mai modificare o farmi dimenticare i ricordi più belli.
 
 
Dal libro: “E una stella brillò”
 
 
 
 
 
 
 



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