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Propongo alcuni stralci di questa lettera accorata:
Cari Confratelli!
Venticinque anni fa, il 4 dicembre 1963, come primo frutto del Concilio Vaticano II venne pubblicata la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (SC).
Essa costituisce il fondamento di tutti i passi postconciliari nell'ambito della vita liturgica della Chiesa. Traggo spunto dal 25º anniversario di questa Costituzione per richiamare l'attenzione su alcune questioni che mi sembrano importanti nella prospettiva attuale.
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Per questa ragione noi pastori d'anime dobbiamo curare "con zelo e pazienza la formazione liturgica, come pure la partecipazione attiva dei fedeli, interna ed esterna ..."; in tal modo assolviamo "uno dei principali doveri del fedele dispensatore dei misteri di Dio" (SC 19 [1]).
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Ogni azione liturgica che non si ponga questo fine, per quanto apparentemente "riuscita" e "rispondente", misconosce la natura della liturgia.
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Di fronte a una crescente superficialità in tutti i settori della vita, l'approfondimento della spiritualità dell'azione liturgica in noi stessi e nei fedeli affidati alle nostre cure deve costituire una preoccupazione urgente.
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Non è un indizio preoccupante della diminuzione di timor di Dio e di senso del sacro se l'altare consacrato viene utilizzato come "tavolo ripostiglio" per oggetti estranei alla liturgia,
se l'altare principale e l'ambone sono quanto vi è in chiesa di più scadente per qualità e per forma,
se i fedeli, entrando o uscendo da una chiesa, non si inginocchiano o fanno al massimo un cenno di genuflessione,
se lo stare in ginocchio in chiesa viene sostituito sempre più dallo stare seduti,
se anche durante la liturgia il gesto così ricco di simbolismo delle mani giunte sembra passare sempre più di "moda",
se il segno della croce viene fatto automaticamente e senza riflettere,
se il canto dei fedeli e la preghiera comune vengono eseguiti in modo "sciatto",
se il silenzio della casa del Signore viene disturbato da discorsi inutili e da chiacchiere?
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Le manifestazioni di mancanza di timor di Dio sembrano più preoccupanti quando si tratta di ricevere la santa Comunione.
Non si ha qua e là l'impressione che la Comunione venga fatta automaticamente, in un atteggiamento esterno disinvolto e senza la dovuta manifestazione di timor di Dio?
Che pensare di una "ressa" per la Comunione domenicale, se d'altra parte si deve constatare quanto è esiguo il numero di coloro che ricevono il sacramento della Penitenza?
Non incombe in proposito il pericolo che la Comunione si trasformi in una semplice agape (pasto collettivo)?
Possiamo accettare senza difficoltà che nelle Messe in occasione di matrimoni, anniversari, funerali, e così via, ci si comunichi "collettivamente"?
Certamente i fedeli sono invitati a partecipare alla celebrazione di tutta la liturgia della Messa e quindi anche a ricevere la Comunione.
Come pastori d'anime, però, non dobbiamo spiegare a tutti, ancor più che in passato, che prima di accostarsi all'Eucarestia bisogna sottoporsi a un esame serio?
Altrimenti non ci staremmo avviando, con l'automatismo nel ricevere la Comunione, verso una svalutazione dell'Eucarestia e a mangiare e a bere la nostra condanna (cfr. 1 Cor. 11, 28 ss.)?
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Oggi molti si lamentano che il mistero dell'azione liturgica stia svanendo o sia almeno minacciato.
Un umanesimo desacralizzante impronterebbe in molti luoghi lo stile delle azioni liturgiche.
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Sacerdoti e diaconi non si possono accontentare del ruolo - inteso più o meno come funzione sociologica - di un "presidente" dell'assemblea liturgica: anzitutto devono essere autentici mistagoghi, che guidano i fedeli al mistero, all'incontro sacramentale e ricco di grazie con Dio.
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Una delle principali preoccupazioni di noi pastori d'anime deve essere quella di guidare i fedeli a capire e ad adempiere sempre meglio il loro compito di popolo di Dio, santo e sacerdotale (cfr. 1 Pt. 2, 9) soprattutto nella vita liturgica.
Perciò è necessaria una continua formazione teologica, liturgico-pastorale e ascetica.
Dobbiamo essere aperti alle conoscenze liturgico-teologiche e alle sollecitazioni liturgico-pastorali.
In proposito dobbiamo però tenere presente che, da parte nostra, non siamo autorizzati a modificare a nostro piacimento le forme liturgiche vigenti o a introdurne di nuove.
Il potere di regolare la liturgia compete unicamente alla Sede Apostolica e, a norma del
diritto, al vescovo (cfr. SC 22).
Ogni azione liturgica supera la dimensione della comunità, mette in rapporto con tutta la Chiesa e rappresenta l'unità della Chiesa stessa.
Questo diventa chiaro, non da ultimo, nella celebrazione dell'azione liturgica in latino.
La riforma liturgica ha consentito di celebrare la santa Messa e di amministrare i sacramenti nella lingua nazionale. Questo è molto importante dal punto di vista pastorale. Ma la lingua nazionale, nella quale viene normalmente celebrata la liturgia, non deve assolutamente sostituire del tutto la lingua latina nell'azione liturgica. La Costituzione sulla liturgia sottolinea:"Si abbia cura però che i fedeli possano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della Messa che spettano ad essi" (SC 54).
Gli ultimi Pontefici hanno ripetutamente espresso il desiderio che i fedeli di tutti i paesi sappiano cantare almeno alcuni canti in latino, per esempio il Gloria, il Credo, il Sanctus, il Pater Noster e l'Agnus Dei in gregoriano.
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Un "repertorio di base" di canti gregoriani deve collegare spiritualmente i fedeli con una tradizione plurimillenaria e rafforzare la coscienza dell'unità delle molte Chiese locali.
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Molte pubblicazioni liturgiche e proposte di testi in circolazione tradiscono un'ignoranza
vergognosa in materia liturgica.
Questo riguarda non da ultimo anche le formule delle preghiere dei fedeli nella celebrazione della Messa. Le invocazioni di intercessione sono non di rado ammaestramenti catechizzanti e moraleggianti, presentano una "sottolineatura etica" e sono appelli rivolti agli altri invece di essere veramente oratio fidelium, preghiere di coloro che si sono riuniti nell'azione liturgica e che, solidali con il prossimo, invocano pieni di fiducia il Signore: per le necessità della Chiesa, per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo, per quanti sono oppressi
da difficoltà di vario genere, per la comunità locale (cfr. IGM 45 ss.).
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Ogni arbitrio nell'abbigliamento liturgico contrasta con la dignità della liturgia. Vi è un nesso stretto fra l'insofferenza verso i paramenti liturgici e l'individualismo liturgico.
L'abbigliamento liturgico ha carattere simbolico, serve alla dignità dell'azione liturgica, sottolinea la distinzione fra sacro e profano e rende evidenti le differenti funzioni svolte dai ministri che partecipano alla liturgia. Il sacerdote o il diacono deve essere riconoscibile come rappresentante di Cristo e come presidente dell'azione liturgica e quindi non può fare a meno dei paramenti liturgici.
Ogni volta che celebra l'azione liturgica o amministra i sacramenti indossa un abbigliamento religioso adeguato e i
paramenti prescritti.
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Dovrebbe diventare di nuovo ovvio che diaconi e sacerdoti in azioni liturgiche comuni come in occasione di funerali, di ritiri per sacerdoti, nella Messa crismale della Settimana Santa, e così via, portino talare e cotta, se non concelebrano o se non sono in servizio come diaconi.
La retta disposizione interiore, richiesta dal servizio a Cristo, si esprime anche nel comportamento esteriore e nell'abbigliamento.
Io non credo che l'uomo moderno sia "insensibile ai simboli". Egli è senz'altro recettivo per il linguaggio dei segni in cui viene espresso visibilmente ciò che è invisibile.
Spetta a noi rendergli accessibile il significato dei simboli in ambito liturgico.
I tentativi di rendere "più attraenti" le funzioni liturgiche per riscuotere il "successo" possono essere dettati da buone intenzioni ed esprimere autentica preoccupazione pastorale. Sarebbe però espressione di una "modernità pastorale" molto equivoca e di un'inutile preoccupazione per un'azione liturgica di "successo" presso gli uomini se ci si lasciasse guidare dall'"aggiornamento della liturgia" e se si utilizzassero per la celebrazione della Messa trovate più o meno ingegnose, testi di propria creazione, scambio di ruoli, dialoghi improvvisati, rituali di saluto profani, e così via, e il tutto riferito a situazioni particolari della comunità e a fatti d'attualità.
Tali forme "moderne"
possono sul momento piacere ai fedeli, ma con il tempo diventano esse stesse noiose, perdono la loro attrattiva e tradiscono la natura della santa Messa.
Nell'azione liturgica non si tratta tanto della nostra azione quanto piuttosto dell'azione e dell'opera di Dio; si tratta di un atto di fede, che non può essere semplicemente "fatto", ma che deve essere sostenuto dalla grazia di Dio.
(...)
Vi saluta di cuore e vi benedice il vostro vescovo
+Karl Braun
Vescovo di Eichstätt
Mario Girardello
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