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VOGLIO RACCONTARVI...
Voglio raccontarvi una storia. Breve, perché scritta in poche righe, ma anche lunghissima perché ci riporta a periodi bui, periodi di soprusi e dominazioni, di povertà, di malattia e di gran fame.
E’ una storia che appartiene al nostro territorio, accaduta in un altro tempo.
Ma ciò non ha molta importanza, perché potrebbe accadere anche domani.
Poco lontano dalla piccola chiesa sorgeva il palazzo in pietra e mattoni, tutto circondato da un alto muro di cinta interrotto da un imponente arco che fungeva da ingresso; era la dimora del nobile Signore proprietario di moltissimi dei terreni circostanti.
Più a sud, quattro case a corte, proprietà di ricchi borghesi, dislocate ad una certa distanza le une dalle altre.
A valle, una trentina di casupole, tutte uguali costruite con paglia e fango dove vivevano circa duecento persone quasi tutte, escluso qualche artigiano, al servizio del nobile padrone e dei ricchi borghesi.
Quello era il villaggio, una macchia scura in mezzo al fango.
Povera gente abituata a lottare tutti i giorni contro i nemici di sempre; la fame, la malattia, il grande freddo invernale e il caldo torrido in estate, proprietari soltanto dei miseri stracci indossati tutti i giorni e di ciò che restava della loro dignità di uomini, ogni giorno umiliata dalla tracotanza dei ricchi nobili padroni.
Questi erano intenti solo ad allargare le proprietà, a scontrarsi con i confinanti, nobili anch’essi, per lo sfruttamento delle acque, indispensabili per i campi, per i mulini; più acque potevano controllare e sfruttare, più grande era il loro dominio sulla gente e sul territorio.
E la gente, sfruttata, che lavorava dall’alba al tramonto senza soste per poco o niente.
Tra questa gente nasce la storia di Santina, tredici anni, considerata da tutti la più bella ragazza mai nata in quel villaggio.
Lei, aveva superato gli stenti e le privazioni,laddove la metà dei nati non arrivavano ai dodici mesi di vita.
Santina era la quinta figlia, la più piccola, di una delle poche famiglie nel villaggio che potevano considerarsi privilegiate perché lavoravano nel palazzo.
Il padre era l’uomo di fatica nelle stalle, la madre sguattera nelle cucine.
Santina, insieme con altre giovani ragazze come lei, era addetta alla pulitura dei pavimenti in tutto il palazzo.
Era da poco meno di un anno che Santina vi lavorava e naturalmente la sua bellezza non era passata inosservata, scatenando le invidie delle nobili donne che si sfogavano umiliandola e costringendola ai lavori più pesanti.
Diverso il comportamento dei nobili uomini; per loro era solo una delle tante serve e quindi neanche degna di una sguardo.
Ma non era così per tutti.
Il nobile Signore aveva tre figli maschi: il primo si vedeva a palazzo solo d’estate, il secondo passava i giorni cavalcando in lungo e in largo per i possedimenti controllando tutto e tutti. Il terzo, il giovane Alessio, aveva sedici anni. Ancora occupato negli studi, passava gran parte dei giorni a palazzo.
Fu così che un giorno vide Santina. Era inginocchiata, intenta a sfregare il pavimento. Un raggio di sole la illuminava e il suo viso apparve al giovane Alessio come il viso di una madonna.
Ne rimase turbato e affascinato, non aveva mai visto una donna di tale bellezza. Si fermava, nascosto, ad osservarla e rimaneva incantato da ogni suo movimento: lo spostarsi in ginocchio sul pavimento, il roteare delle mani che sfregavano i larghi piastroni, le piccole gocce di sudore che scendevano lentamente sul suo viso e che lei fermava con il dorso della mano.
Più i giorni passavano più aumentava nel giovane Alessio la voglia di parlarle, di accarezzare quel viso dolcissimo, di baciarlo.
Riunì tutto il suo coraggio e una sera d’inizio primavera, mentre Santina tornava a casa attraverso i campi, la fermò.
Santina sapeva chi fosse quel giovane avendolo visto a palazzo, ma fu ugualmente presa da grande timore e iniziò a tremare nonostante non facesse freddo.
Alessio con la sua voce calda e con tenere parole riuscì a calmarla e dolcemente le espresse tutti i suoi sentimenti.
Il primo istinto di Santina fu quello di fuggire senza neanche ascoltarlo ma poi, lentamente, si arrese alle dolci parole di Alessio pur sapendo di esporsi a gravi rischi.
Da quella sera molti incontri seguirono tra i due giovani e il loro era ormai un grande amore. Santina era consapevole che la loro unione non sarebbe mai stata possibile ma il giovane Alessio era deciso a sfidare le ire dei genitori, era disposto a rinunciare a tutti i suoi titoli pur di restare accanto a Santina.
Insieme decisero di chiedere consiglio all’anziano parroco della chiesa ma questi, dopo averli ascoltati, li ammonì aspramente a troncare immediatamente quella loro folle relazione.
Per nulla intimidito il giovane a quel punto confessò al parroco che Santina era in attesa di un figlio e che quello sarebbe stato a qualunque costo il loro figlio.
All’anziano parroco poco mancò che gli venisse un colpo. Si accasciò su una sedia con la testa tra le mani e iniziò a recitare Ave Marie e Pater Noster.
Dopo che si fu calmato, chiese a Santina quanto mancasse alla nascita.
Santina, che fino allora aveva cercato di nascondere il suo stato, rispose che sarebbe nato i primi giorni di gennaio, cioè tra due mesi.
Il prete, prima di congedare i due giovani, chiese se qualcuno era al corrente della loro relazione. Avutane risposta negativa li consigliò di attendere la nascita del bambino, poi avrebbero deciso cosa fare.
Alessio e Santina lasciarono la chiesa e si avviarono verso i campi perché nessuno li scorgesse. Correvano felici, noncuranti del freddo pungente che iniziava a farsi sentire, si sentivano più leggeri, quasi protetti, ora che si erano confidati con l’anziano prete.
Ma svelare il loro segreto si rivelò invece un grave errore. L’anziano prete doveva restare ancora pochi mesi in quella piccola chiesa. Infatti, essendo nelle grazie del Vescovo, avrebbe assunto un incarico più importante. Il non voler perdere questo privilegio lo indusse a chiedere udienza al nobile Signore. Fu così che gli riferì della relazione del giovane figlio con la popolana.
Si era giunti ormai verso la fine di dicembre, Santina con non poche difficoltà, era riuscita a tenere nascosta la sua gravidanza e continuare a lavorare si era fatto sempre più pesante ma il solo pensare che fra pochi giorni avrebbe dato alla luce un figlio, suo e di Alessio, le dava il coraggio per continuare.
Tutte le sere Santina si recava in un luogo segreto, un capanno di caccia abbandonato in un vicino boschetto, per incontrare Alessio. In quel luogo aveva deciso di mettere al mondo suo figlio, ma erano ormai tre sere che Alessio non si presentava all’appuntamento e Santina non aveva avuto occasione di vederlo a palazzo.
Iniziò ad essere preoccupata, poi pensò che forse aveva avuto difficoltà ad allontanarsi. L'indomani lo avrebbe sicuramente incontrato. Ma quel domani per la giovane innamorata sembrava non arrivare più.
Alcuni giorni prima il giovane Alessio, per ordine del padre, in gran segreto e forzatamente fu portato in un luogo ignoto, lontano dal palazzo.
La mattina del due gennaio a Santina fu negato l’ingresso a palazzo. Alcuni servi gli riferirono che i Signori non avevano più bisogno di lei e che non doveva più farsi vedere. Iniziò a piangere, a implorare di voler parlare con il Signore ma per tutta risposta fu presa di peso e gettata come un sacco in un fossato.
Era disperata e a malapena riuscì a rimettersi in piedi; per fortuna la neve, caduta abbondante, aveva attutito la caduta.
Tremante, quasi congelata dal freddo, si avviò verso il boschetto per raggiungere il capanno. Iniziava a sentire forti dolori. Sempre più disperata affrettò il passo e in cuor suo continuava a chiedersi dove fosse il suo amato Alessio e perché non l’avesse aiutata. Era ormai allo stremo delle forze quando raggiunse il capanno e si lasciò cadere sul pagliericcio.
(continua)
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